Giocare con la sabbia, rispettare e nominare il libero movimento

Per chi non c'era, per chi desidera conoscere il valore del gioco con la sabbia, un breve contributo di Francesca Romana Grasso, di Edufrog, che in collaborazione con Emmi's care, ha proposto a Brescia il workshop: GIOCARE CON LA SABBIA, lo scorso 17 Gennaio.

Il workshop GIOCARE CON LA SABBIA , organizzato a Brescia insieme alle amiche di Emmi's Care, ha avuto un ritmo molto serrato di lavoro, anche per la varietà delle partecipanti: psicomotriciste, insegnanti di scuola dell'infanzia, coordinatrice di progetti socioeducativi, insegnanti di sostegno, coordinatrici di nido.

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La giornata ha preso avvio partendo da una domanda:
Qual'è il vostro più antico ricordo di giochi con la sabbia?
Ho chiesto a tutte di dettagliare in maniera specifica posture e movimenti, grandi e piccoli, che il loro corpo infantile agiva durante il gioco: è stato facile, superata la sorpresa iniziale, riproporre al gruppo le movenze, ricostruire la lentezza e la velocità che regolava il gesto; tutte collocavano il loro ricordo intorno all'età scolare (!)
Per alcune la sabbia con cui giocavano era quella dei lavori edili, della strada di campagna, del fiume; la sabbia di mare era una possibilità tra tante, meno accessibile per la maggior parte di loro.

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Accese, seppur senza esplicitarlo verbalmente, alcune spie sulla povertà di vocabolario per "raccontare con le parole ciò che il corpo aveva conservato in memoria" ho inviato tutte a giocare per 25' con la sabbia, GODENDOSELA, senza lasciarsi rovinare l'esperienza da meta-letture professionali, senza cercare di capire dove volessi accompagnarle; ho invitato tutte ad appendere al chiodo la giacchetta da lavoro!

Unica regola (che ha destato qualche sorriso ironico): non si disturba l'altro!

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Tornate in cerchio, ho chiesto di raccontare le emozioni provate, ecco le risposte:
nostalgia
riscoperta
stupore
tenerezza
grande serietà (nell'accezione di impegno\concentrazione)
tranquillità
rilassamento
spensieratezza
isolamento (ho staccato da tutto, non ho pensato ad altro)
desiderio di entrare con i piedi
entusiasmo
sorpresa per la spontaneità dei movimenti
banalità (della piacevolezza nella sua estrema semplicità)
ripetizione spontanea del gesto che procura piacere

Ciò che non posso restituire scrivendo è il livello di presenza a se stesse e agli altri che ha preso corpo in 25 minuti di gioco libero e spontaneo, tra perfette estranee, in luogo sconosciuto e adattato in un'ora alle esigenze del workshop.
Il mio intento con il seminario non era sviluppare in quali possibili contesti è possibile riproporre il gioco della sabbia, preferendo invece accompagnare le partecipanti in una lettura molto puntuale e profonda di alcuni aspetti:
emotivi\relazionali,
motori,
linguistici\osservativi\comunicativi,
progettuali.
Per questo motivo ho chiesto a ciascuna di raccontare cosa avessero fatto, mantenendo "specificatamente" lo sguardo sui gesti compiuti, sui movimenti del corpo in relazione agli oggetti utilizzati; ecco alcune risposte:
affondato le mani, riempito, svuotato, ascoltato il suono, sollevato in alto, setacciato, travasato, battuto, nascosto
lasciato impronte, mescolato, fatto scorrere la sabbia sul corpo, osservato\analizzato\studiato, lasciato cadere, guardato, respirato, soffiato, assaggiato, sentito il fresco, sotterrato, sfregato, ruotato tra le mani, cercato
pulito, spostato, infilato, pensato, fatto attraversare la sabbia tra gli oggetti, Scosso\sbattuto, costruito, cucinato
spianato, disegnato, diviso
Alla domanda come avete utilizzato gli oggetti? le risposte più frequenti sono state:
per setacciare
per raccogliere
per svuotare\riempire
per trasportare\spostare
per lasciare impronte

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Ho ritenuto prioritario soffermarci lungamente sulla qualità del linguaggio: se non troviamo parole per nominare gesti, i micro-movimenti, le piccole sequenze, inevitabilmente non riconosciamo la specificità di ciò che viene compiuto; quante volte nel restituire osservazioni, in maniera frettolosa e approssimativa, si dice (e scrive) di un bambino piccolo, o di una persona con disabilità, NON ciò che ha fatto ma ciò che si presuppone fosse sua intenzione fare?

Ogni volta che cadiamo in questo errore, non vediamo la persona che abbiamo davanti, sparisce ai nostri occhi e non entra nel nostro pensiero con le sue specificità, scalzata dall'idea pregressa che ne abbiamo; come possiamo dunque rispettarne la volontà, valorizzarne la naturale direttiva interiore, che anima lo sviluppo di un bambino e l'evoluzione di ciascuno, sempre, a qualunque età e in qualunque condizione?

Frequentemente professionisti preparati incorrono nell'errore di voler "nobilitare" il proprio lavoro utilizzando -generalmente a sproposito- termini medicalizzanti, etichettanti e generici che li portano, senza che se ne rendano del tutto conto, a "incasellare" il comportamento del bambino: esplora, socializza,  sperimenta; oppure a usarne altri interpretativi: imita, costruisce,...
Parole sommarie che non restituiscono assolutamente alcunché di ciò che è avvenuto sotto ai nostri occhi, che non ci aiuta a capire chi è la persona di cui parliamo, cosa la anima, a cosa sia interessata.

Non sto a raccontarvi delle osservazioni che abbiamo condiviso circa l'organizzazione dello spazio e all'utilizzo che ne è stato fatto, sui vincoli e sulle opportunità che un ambiente comunica, sulle implicazioni maieutiche che esprime.
Nel corso della giornata, nel tentativo di individuare le differenze e le similitudini del gioco con la sabbia tra adulti e bambini, in relazione ai movimenti del corpo (ci siamo avvalsi di filmati per questa fase di lavoro) il linguaggio è andato arricchendosi e puntualizzandosi, affinando, conseguentemente, anche la percezione specifica, oltre che complessiva, della realtà.

Mio preciso obiettivo è accendere lo sguardo sui micro-movimenti, poiché come ha ben evidenziato Emmi Pikler, è proprio là che sviluppano i presupposti per un'armonioso sviluppo della persona -e quanto più capisco cosa sta facendo quel singolo bambino davanti ai miei occhi, tanto più capisco dove vuole arrivare, quanto più posso rispettarne il percorso naturale. Troppo spesso ci chiediamo "cosa faccio fare a questo bambino oggi?" preoccupandoci di predisporre una proposta all'interno della quale devo inserirlo, quando invece l'approccio rispettoso esige che ci si chieda: Chi è? cosa sta facendo? I saperi fondamentali affondano le radici nella propriopercettività (percezione di sé in rapporto al mondo esterno), all'adulto non resta che accoglierli e accompagnarli in maniera equilibrata, senza anticipazione nè stimolazioni.

In conclusione, ricordo un principio che ha guidato tanto la ricerca di Emmi Pikler che di Maria Montessori, entrambe medico: la mano è l'organo dell'intelligenza.
Attraverso essa si costruisce la "rappresentazione".

La sabbia, se proposta nel pieno rispetto di chi la adopera, offre un raro piacere a chi ci gioca e un ventaglio di osservazioni preziosissime a chi ha occhi per vedere.
Inutile ricordare che sul valore della sabbia mi ha acceso lo sguardo Ute Strub, maestra assoluta in questo campo (ho scritto qui e qui del seminario che ha tenuto a Roma per il Centro Nascita Montessori in cui ho avuto l'onore di assisterla e farle da interprete). A Emanuela Cocever inoltre devo molti degli spunti di riflessione sul lavoro di Emmi Pikler confluito nelle presenti riflessioni. Un grazie all'Associazione Emmi's Care che ha reso possibile la realizzazione della giornata di lavoro a Brescia.

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